-Ciao*


Ricordi

In questo momento sto avendo tempo, sto trovando il tempo…
No, mi sto prendendo il tempo per un ricordo, ecco cosa c’è.
La mia guancia ha la fossetta, la vedi? Umida di dolce e salata quanto basta per parlare del tuo odore.
Gli scarponi infangati non esistono che nel pensiero che t’imbastisco e ricamo. Eppure la macchina parcheggiata fuori me l’hai inventata tu, sai? Proprio nella dignità del lavoro che la sta pagando. Niente a che fare, però, con la seicento bianca, di quella Fiat che non esiste nemmeno più, il sedile retto da un’asse di legno ed il pavimento sotto i piedini era asfalto che si consumava di corsa, sempre.
E basta così. Semplicemente…
 Bice  (che son sempre io)

b.l.

-Ecco/la-


Il coraggio della ragnatela è quello di farsi attraversare dal vento, di farsi raggelare dalle temperature notturne. Filo scorsoio che unisce, sottolinea la vita sempre, dalle cantine imbiancate fin’anche alla casa di Giuda.
Il coraggio sta alla follia; senza il suo giusto peso, l’essere non sentirebbe il desiderio di volare.

Patrizia, questa è una foto scattata a Carpineto Romano, quel giorno che sai. Il giorno che Antonella ci ha accolto come la castellana nella sua meravigliosa reggia.
Ecco, là non poteva esserci un noi senza base. Questa base sei tu, lo sai vero? Facciamo casino, allora, che la base non ha senso senz’altezza, l’ipotenusa come farebbe a reggersi? Facciamo casino, dunque! Siamo una compagnìa di guitti.

b.l.

-Ruotatoia-


clicca per ascoltare…

Macina, macina buona farina, che profumi la prossima mattina. Macina grosso, macina sale, frangi lacrima d’oliva col pane
e il pane profuma di sano e di buono… macina dunque, a darci ristoro.
Il dolce e il salato, formaggio e patate. Vino novello e grasse risate.
Che importa la maschera, che importa la stanza. Macina note, nella tua danza.
Ore(cchio) in piena d’attenzione spande, chi non vorrà danzare, resterà in mutande. Mutande mutato, dal dito è imputato: suvvia, s’alzi dunque, il sipario è calato.
Sorride, lo dica, attraverso il telone, sorride e non dice del mero fiatone che ci ha tratto e salvo in camicia di seta, sorrida ancora -la prego- questa è la nostra meta!

b.l.
 Macina, macina, bbona farina chi ciaurìi dumani matina
Macina grossu, macina sali
rumpi lacrima d’oliva cu lu pani
…e lu pani profuma di sanu e di bbonu
macina allura, a darimi ristoru!
‘U ruci e lu salatu, formaggiu e patati
vinu picciriddu e grassi risati.
Nun cunta ‘a mascara. Nun cunta ‘a stanza
macina noti, abballa ‘a to danza
Aricchia tisa ascùta mai stanca
e cu nun voli abballari aìsa la mutanna all’anca
Mutanni canciàti, cu l’indici additàti, si susissi perciò
chi li tendi su’ calati
E riri,  lu ricissi, trapanannu li tila,
e riri senza taliari li stanchizzi e li fila
…e abbuttunatu ‘nda la cammisa di sita,
ririssi ancora, pi favuri, chi mi paca munita!
b.l.

 

 
 

Turiddu e Lola -Storie di sale-


Vi era un vecchio ed una vecchia. Sapere di mani in crosta e grani grossi di sale, come neve.
Lui al piccone, anche la domenica prima che il rossore imbiancasse la coltre nera. Lei, le mani giunte a mungere la capra per il primo latte del giorno
…e quando lui rincasava, un pugnetto di sale in tasca da regalare alla sua vecchia per ingentilire la minestra.
Questo in quel triangolo affogato nel mare di cento anni fa. Turiddu (Salvatore) e Lola ed il loro mulino accanto all’ultima salina, cento metri prima delle case.

b.l.

.O. -Della guerra e di altre storie-


Il Ciba. Così ti chiamavano. Cibalgina sempre in tasca per quel male antico che ti si pose sulla testa. Diverse volte ti ho letto nei lampi di luce degli occhi di quel ragazzino.

La neve dura, roba da russia, qui non l’hai mai vista e tu, considerato come carne da sacrificio, diplomato alla scuola della logica sulla pelle, il messaggio più importante lo hai portato tra le mani di tua madre.

Nel giorno del saluto, lei pose sui tuoi palmi quel piccolo crocefisso che si tolse dal collo e tu lo agganciasti al portachiavi della moto, prima di spedirla in treno fino alle linee russe. E lì avanti e indietro, a portare messaggi strategici che nemmeno tu sapevi. Buste chiuse e fornello da campo a scaldare una zuppa senza sale preparata da mani brusche.

Avanti e indietro per diverse notti, non tutte uguali. Soprattutto quella che il ragazzino che lavorava con te mi ha donato. Nel suo racconto ho sentito d’estate tutta la durezza di quella neve diventata ghiaccio, della terra battuta da camionette e carri armati e poi dai piedi di tanti ragazzi che divenivano pezzi di ghiaccio durante il cammino.

Quella notte un segno deformato si stagliava sul ghiaccio, dondolante a segnarti la strada.  Un segno divenuto domanda, perché non lo capivi. Un po’ s’alzava, un po’ s’abbassava, poi riprendeva. Poi sparì di colpo e ti fermasti d’istinto, girando la chiave posta proprio accanto al faro. E così il crocefisso smise di dondolare sospeso davanti alla luce ancora accesa.

Era gelata la barba, quella notte. Vero? Erano insufficienti i mezziguanti. Le punte delle dita rischiavano il ghiaccio.

Non mi fu dato da sapere se piangesti quella notte. So che tornasti a casa e che, finita la guerra, riprendesti a lavorare come tutti. So che ti addormentasti nel tuo letto, al caldo, all’età in cui i mal di testa finirono. So che quella notte, a meno di un metro davanti alla tua moto, vedesti che era stato un burrone improvviso ad inghiottire il riflesso del crocefisso di tua madre, appeso al portachiavi.

“Parla Londra – Trasmettiamo alcuni messaggi speciali!”

b.l.