La vittoria delle certezze (ricordi)


La guerra e la culla. Strano a dirsi, eppure tutti i giorni si uccideva e tutti i giorni si amava …e tutti i giorni si nasceva.

1940, la città del Ponte del Diavolo e tu. 1940, dicevo, Giuseppe Andrea Luigi, per non darla vinta al sacerdote che voleva un nome solo.

Erano i tempi in cui si cercava la gioia col lanternino, per aiutarsi a credere al domani e a bandiere senza ossa incrociate, quando le piccole cose venivano ascoltate e le mani erano tese per aiutare e basta. E così piano crescesti, così, piano, imparasti l’allegria della pentola con la minestra-di-candela, della volta in cui non ci fu tempo per mettere il coperchio al momento della sirena e che fu ritrovata ancora a ribollire con uno strato di polvere di bombardamento sopra e, tolto lo strato, fu buona lo stesso.

E di quella notte di luna, che all’uscita dal rifugio, tutto intorno a voi era distrutto, del ricordo dei pianti intorno a te e tu, bambino, fino ai tuoi nove anni, conservasti la paura della luna piena.

…e mi “imparasti” che le piccole cose si ascoltano ancora, che non siamo soli, che non si muore se c’è chi ancora ti porta nel cuore.

b.l. (brutta e vigliacca)

Just the way you are*


Della nuda verità mi piace il nascosto, il nastro che si scioglie al minimo tocco. E’ il linguaggio degli occhi e della pelle, dei momenti in cui il tavolo sembrava irraggiungibile e misterioso. Cosa nascondeva il cassetto? Stava cedendo da un angolo, ricordo, il fondocompensato che stentava a compensare.

La musica dei matrimoni era uno sfondo, dove io sognavo, ma non come gli altri. Sognavo la chitarra al posto dell’abito bianco. Sponsali in cui mi credevo sicuramente portata e portavo.

E niente, chi ha stabilito che non si inizia con una congiunzione, ha avuto torto!

b.l.

 

Turiddu e Lola -Storie di sale-


Vi era un vecchio ed una vecchia. Sapere di mani in crosta e grani grossi di sale, come neve.
Lui al piccone, anche la domenica prima che il rossore imbiancasse la coltre nera. Lei, le mani giunte a mungere la capra per il primo latte del giorno
…e quando lui rincasava, un pugnetto di sale in tasca da regalare alla sua vecchia per ingentilire la minestra.
Questo in quel triangolo affogato nel mare di cento anni fa. Turiddu (Salvatore) e Lola ed il loro mulino accanto all’ultima salina, cento metri prima delle case.

b.l.

.O. -Della guerra e di altre storie-


Il Ciba. Così ti chiamavano. Cibalgina sempre in tasca per quel male antico che ti si pose sulla testa. Diverse volte ti ho letto nei lampi di luce degli occhi di quel ragazzino.

La neve dura, roba da russia, qui non l’hai mai vista e tu, considerato come carne da sacrificio, diplomato alla scuola della logica sulla pelle, il messaggio più importante lo hai portato tra le mani di tua madre.

Nel giorno del saluto, lei pose sui tuoi palmi quel piccolo crocefisso che si tolse dal collo e tu lo agganciasti al portachiavi della moto, prima di spedirla in treno fino alle linee russe. E lì avanti e indietro, a portare messaggi strategici che nemmeno tu sapevi. Buste chiuse e fornello da campo a scaldare una zuppa senza sale preparata da mani brusche.

Avanti e indietro per diverse notti, non tutte uguali. Soprattutto quella che il ragazzino che lavorava con te mi ha donato. Nel suo racconto ho sentito d’estate tutta la durezza di quella neve diventata ghiaccio, della terra battuta da camionette e carri armati e poi dai piedi di tanti ragazzi che divenivano pezzi di ghiaccio durante il cammino.

Quella notte un segno deformato si stagliava sul ghiaccio, dondolante a segnarti la strada.  Un segno divenuto domanda, perché non lo capivi. Un po’ s’alzava, un po’ s’abbassava, poi riprendeva. Poi sparì di colpo e ti fermasti d’istinto, girando la chiave posta proprio accanto al faro. E così il crocefisso smise di dondolare sospeso davanti alla luce ancora accesa.

Era gelata la barba, quella notte. Vero? Erano insufficienti i mezziguanti. Le punte delle dita rischiavano il ghiaccio.

Non mi fu dato da sapere se piangesti quella notte. So che tornasti a casa e che, finita la guerra, riprendesti a lavorare come tutti. So che ti addormentasti nel tuo letto, al caldo, all’età in cui i mal di testa finirono. So che quella notte, a meno di un metro davanti alla tua moto, vedesti che era stato un burrone improvviso ad inghiottire il riflesso del crocefisso di tua madre, appeso al portachiavi.

“Parla Londra – Trasmettiamo alcuni messaggi speciali!”

b.l.

La luce fuori (Roman’zò)


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-E’ una fiammella. E’ pura e purifica, devi solo farla entrare dentro.
-Sai, Frivulé, forse ti sto vedendo ora, per la prima volta!
Favélla sorrise, abbassando un attimo gli occhi. C’era solo l’adesso tra di loro, un bene che non aveva bisogno di parole. E’ grazia accorgersene nel momento in cui lo si vive: segna il luogo ad essere, la mappa del sé proprio nel quando e nel dove. E’ armonia.

b.l.

mi dicevi…


dipinto di Steve Hanks
dipinto di Steve Hanks

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non me lo hai mai detto.

So solo che mi sono trovata a pensare, sai? …a sentire, a provare quanto e sin dove questa energia potesse portarmi. 

Cominciare con le minuscole mi piace, lo sai -credo- forse perché è così che mi sento, minuscola. Mi piace esserlo, nascosta per non farmi rubare i pensieri: se me li rubano, come faccio io a regalarli?

Sai perché dormo sempre con la testa sotto le lenzuola malgrado il caldo? Ho sempre avuto la necessità di difendermi, di coprirmi. Tu invece te ne sei andato, di botto, senza scoprirmi la testa, la domenica mattina, canticchiando la canzone che ancora oggi mi fa venire i brividi. La paura non è stata mai il mio forte, forse per questo ho sbagliato diverse volte nella mia vita. Dovevi insegnarmi la paura, tu che sei stato il primo amore in questa mia vita. Non ti ho mai pensato a fare l’amore con la tua donna (che non potevo non amare da dentro). A te ho dovuto amarti dal di fuori, non sono stata nel tuo ventre e non mi hai cullato nella voce dentro l’acqua. E tu? Ti se accontentato nel cullarmi con il canto, la domenica mattina mentre mi scoprivi la testa e mi dicevi “su dài, che la colazione è pronta, pigrona!”

sei tu!


A mio padre…

Dove si spinge la fantasia, non s’invecchia mai!


Alessandria - Foto personale
Alessandria – Foto personale

Europei di qualche anno fa:

siamo ai quarti di finale, sofferti come tutte le date precedenti. 

So di famiglie che mangiano sempre la stessa pietanza, che si dispongono sempre nello stesso modo a tavola, davanti a mamma tv ed alla sacra sfera roteante e presa a calci forsennatamente…

Quella sera ero in giro, l’auto piena di amici di ritorno da un incontro con altre persone per un mini convegno sulle proprie scelte di vita e su quanto hanno influito sulla storia. Si torna a casa presto, si cerca di percorrere quei ventisei chilometri per concludere in un pub nelle vicinanze di casa, prima che un’eventuale vittoria della nazionale ci inglobasse come tante pecore a seguito del pastore-orgoglio!

L’italia, quella sera vinse, incredibile, contro la Germania, ancora una volta (e noi facemmo bene ad anticipare il ritorno a casa, finendo la serata in allegria e birra).

Dopo un paio di giorni, per la precisione la domenica successiva, dovetti tornare nel capoluogo e… … …

che strano! Avevano fasciato le balle di fieno nei campi tutt’intorno con i colori della bandiera tedesca!

Dove si spinge la fantasia, si rimane giovani…

b.l.

Nina


Passi che passano, echi di memorie tramandate, la tua vita che conservo nel cuore. Sette anni e sette giorni dopo il tuo compagno, nel freddo di febbraio, quel primo giorno di carnevale…

Ne passarono tanti di carnevali, eppure quello è un punto fisso!

Il tuo Gaspare, sette cuccioli intorno da amare con tutta te stessa …e la guerra! Proprio questa vita da preservare a tutti i costi; giovani insieme, di giorno lui a lavorare, tu in quel campo appena fuori casa, quel pomeriggio ti rubò anni di vita tra le mani del piccolo Vincenzo che raccoglieva un giocattolo per terra. Il tuo urlo, il suo spavento ed il lancio di quell’oggetto che misteriosamente brillava nell’aria.

I piccoli contrabbandi, poi, di uova e carne di gallina, per qualche manciata di farina… era dura la vita, vero Nina?

Quando finì la guerra, ancora fame: “mandiamo Antonietta a padrone”, ecco che Gaspare trovò modo di far mangiare due volte al giorno una di loro …per lei un cappottino ed un paio di scarpe l’anno e per voi qualche sacco di grano. Lì Antonietta spalmava burro e marmellata sul pane fresco per i figli dei padroni; per lei c’erano fette rafferme, invece, da bagnare nell’acqua …e fu lì che la bimba, una sera, servendo a tavola, incontrò la carezza ed il sorriso del “bandito”, un sorriso che quella famiglia per bene non le aveva mai mostrato.

Nina… il dolore che ti segnò per tutta la vita, invece, fu quando Gaspare dette in adozione la vostra più piccola ai parenti ricchi, per farla vivere meglio ed alleggerire un piatto in tavola!

Tesoro mio, ti ricordo con una dolce nostalgìa, già anziana, ed ora siamo quasi a carnevale. Sette anni e sette giorni dopo Gaspare, anche tu te ne andasti via. Ancora un carnevale come tanti; passi che passeranno ed una eco di ritorno con un piccolo fiore simbolico, fatto a modo mio, di parole…

Ciao Nonna.

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Sei tu…

b.l.

Mai per sempre…


Fotomia
Fotomia

clicca per ascoltare…

Il bollore di una pentola che non cuoceva mai. Il forno emanava profumi di mamma: latte e vaniglia, dolce e sostanzioso andare verso l’ora giusta.
Altra pentola, sul fondo le lancette di un tempo di bronzo che, appeso al muro, ogni tanto andava ricaricato: papà sulla sedia e giù a girare il meccanismo a molla col suo rumore metallico. Si, la sedia andava bene, la scala infatti serviva per le grandi pulizie; fazzoletto in testa per proteggersi dai ragni polverosi, cotone bianco contro il sole che inondava le stanze.
Quel giorno i biscotti erano in forno e mamma, arrampicata sulla famigerata scala, faceva sù povere e ragnatele. La scopa era momentaneamente appoggiata sul muro, vicino alla porta chiusa -la bambina doveva rimanere a portata d’occhio- ed io, bambola di pezza in mano ed un soldatino rubato a mio fratello, inginocchiata per terra usavo il lettone come tavolo da appoggiarci i gomiti, come quando pregavo la sera.
Puntuale la sveglia disturbava i miei giochi col rumore… ticchettìo fastidioso! Eggià, proprio la sveglia-regalo di matrimonio, ricordo degli zii, col martelletto che alla giusta ora picchiava sui campanelli-coperchietti …e il danno fu proprio dietro l’angolo.
<<Finiscila che ti dò una bastonata>>, ma ella ancora continuava.
<<…finiscila ti ho detto, non farmelo dire più>>. Irriverente!!
La piccola Bice, tre anni appena, una sveglia di diciassette anni non ha potuto contro di lei! Mille pezzi …ma il tempo non si è fermato lo stesso…
Mai dura per sempre, perché i tempi ritornano, il tempo invece no… 
b.l.


Aldo (ricordo)


ricordo
Fotoweb

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Scrivo in corsivo, per sottolineare il fatto che sto parlando.

Immagino il tuo ascoltare, come se queste parole stessero davvero uscendo dalle mie labbra, leggendovi tra le righe i miei respiri e quelle pause che non hanno bisogno di virgole.

Quel giorno ero già in borghese, via camice e via cartellino. Ti davo del Lei, potevi essere mio nonno, infatti avevi nipoti della mia età. Quando tornai nella tua stanza, ti trovai seduto sul letto, gli occhiali da lettura ed il giornale in grembo. Dal profondo di quelle gocce di acqua marina mi sorridesti, aspettasti tuttavia le mie parole:

– Aldo, posso parlare un pò con lei?

Il sorriso si estese al volto tutto e mi invitasti giù nel seminterrato, per un caffé (quello delle macchinette non è a tutt’oggi niente male). Coi bicchieri caldi tra le mani, seduti al tavolino rotondo di metallo approntato in quel luogo, mi invitasti a parlare…

– Sono rimasta scioccata nel suo racconto della deportazione in Russia. Come ha fatto a resistere, come ha fatto…

– Bambina mia -hai detto- ogni ferita che sento è un ricordo delle persone che ho lasciato lì, ragazzi che come me affondavano il passo fino a metà coscia nella neve dura; quanti di noi sono morti in quel ritorno, prima di cadere a terra. Ad occhi spalancati, non c’era tempo per piangere e fiato da salutare, strappavo la piastrina di riconoscimento, cercavo la lettera di saluto alla famiglia che tutti avevamo intasca e pensavo “mamma, non posso darti anch’io questo immenso dolore”…

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Aldo G. è mancato nei suoi splendidi capelli bianchi, spentosi di cancro pochi mesi dopo quell’episodio, nel 1999.

Non ricordo con precisione tutte le parole che mi disse, ricordo perfettamente quel “bambina mia” e quelle gocce di acqua marina.

b.l.