della pigrizia e di altri Generi*


.

E’ il piede nudo che invita il tappeto, come la pelle del capezzolo fa l’occhiolino al fuoco. 

Delle pigrizie migliori, quella che più mi aggrada è il ricordo da costruire. E’ un movimento in meno, quindi ci stà! Gli ultimi sono i peggiori, i più chiari. 

Infondo mi riconosco nel grigio, malgrado io venga accostata ai pastelli. E’ che quando chiudo gli occhi, riesco a sorridere del respiro senza distrazioni.

b.l.

Annunci

itacA


.

Per_dizione esprimo i colori su base grigia. Non è scuro il grigio, non si nasconde.

Mi preme nelle pareti del lungo respiro; la salsedine solletica. Se dovessi mai cambiare i miei passi, divagherei dal desiderio. Così da lontano, invece, sono libera di spaziarvi.

Non tornerei indietro. Non serve.

b.l.

-Il canto dei Sicani-


Il tonno, nel mare del suo sangue, tinge il piccolo peschereccio che toglierà la fame del villaggio.
Fratelli in mare piangono; fratelli sulla terraferma sorridono e preparano la brace.
La voce, canto antico, dice del ritorno e intanto, sangue tinge il cielo e il mare di preghiera delle donne.
E il vecchio tesse ricordi di fiocina. La sua barca è ora sale e sole, sulla riva.

b.l.

*Scherzi


Un piccolo scherzo di jazz, quel lieve solletico di piatti ingentiliti di sugo e alito di fiammella.

Ecco lo sfondo di questo momento. Uno scherzo di bimbi cresciuti, fatto insieme d’armoniche risa e profumo di ricordi.

Ricordi di bambina che gioca troppo spesso da sola e che, da sola, impara a suonare la chitarra non più bambina. Scherzi di una neve-nave, nastro trasportatore verso quel domani di costruzione, nel posto utile alla comunità ma che assolvo comunque da sola, come nuvola nel cielo altrimenti limpido.

Io, che limpida non la sono e che di pensieri limpidi non ne accolgo, ora.

Scherzo, gusto di liquirizia è il fumo che esce dalla bocca, in questi geli di cuore che, col brivido, rendo alla giustizia del sole ostinato. La sua certezza è salvezza, uno scherzo che in questo momento brucerei nel desiderio di respingere, insieme al dicembre ancora gestante. Quanto ancora servirà, per allontanarmi dallo smash a singola racchetta? Eppure l’attesa non soddisfa. Non posso farci molto, se le corde vibrano.

Il jazz mi ammala.

b.l.

.O. -Della guerra e di altre storie-


Il Ciba. Così ti chiamavano. Cibalgina sempre in tasca per quel male antico che ti si pose sulla testa. Diverse volte ti ho letto nei lampi di luce degli occhi di quel ragazzino.

La neve dura, roba da russia, qui non l’hai mai vista e tu, considerato come carne da sacrificio, diplomato alla scuola della logica sulla pelle, il messaggio più importante lo hai portato tra le mani di tua madre.

Nel giorno del saluto, lei pose sui tuoi palmi quel piccolo crocefisso che si tolse dal collo e tu lo agganciasti al portachiavi della moto, prima di spedirla in treno fino alle linee russe. E lì avanti e indietro, a portare messaggi strategici che nemmeno tu sapevi. Buste chiuse e fornello da campo a scaldare una zuppa senza sale preparata da mani brusche.

Avanti e indietro per diverse notti, non tutte uguali. Soprattutto quella che il ragazzino che lavorava con te mi ha donato. Nel suo racconto ho sentito d’estate tutta la durezza di quella neve diventata ghiaccio, della terra battuta da camionette e carri armati e poi dai piedi di tanti ragazzi che divenivano pezzi di ghiaccio durante il cammino.

Quella notte un segno deformato si stagliava sul ghiaccio, dondolante a segnarti la strada.  Un segno divenuto domanda, perché non lo capivi. Un po’ s’alzava, un po’ s’abbassava, poi riprendeva. Poi sparì di colpo e ti fermasti d’istinto, girando la chiave posta proprio accanto al faro. E così il crocefisso smise di dondolare sospeso davanti alla luce ancora accesa.

Era gelata la barba, quella notte. Vero? Erano insufficienti i mezziguanti. Le punte delle dita rischiavano il ghiaccio.

Non mi fu dato da sapere se piangesti quella notte. So che tornasti a casa e che, finita la guerra, riprendesti a lavorare come tutti. So che ti addormentasti nel tuo letto, al caldo, all’età in cui i mal di testa finirono. So che quella notte, a meno di un metro davanti alla tua moto, vedesti che era stato un burrone improvviso ad inghiottire il riflesso del crocefisso di tua madre, appeso al portachiavi.

“Parla Londra – Trasmettiamo alcuni messaggi speciali!”

b.l.